La memoria corta e i nostri coinquilini virali
Stefano Mitrione _ Stefano Mitrione Media | 28/05/2026
Era un mite maggio del 1995 quando accettai di collaborare con il Servizio Informazioni Sanitarie per il Turista (SIS-Tur) per progettare una campagna educativa sulle malattie virali come malaria e Coronavirus. Proprio in quei giorni, nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), scoppiava l'epidemia di Ebola.
Sebbene l'opinione pubblica globale abbia associato il nome Coronavirus alla pandemia del 2019, questa famiglia virale è nota alla comunità scientifica fin dagli anni Sessanta. Al tempo del congresso del 1995, ricercatori - tra cui quelli dell'Istituto di Medicina Sperimentale del CNR di Roma e dell'Università di Pavia - stavano studiando sia i ceppi responsabili dei comuni raffreddori umani (come l'OC43), sia i coronavirus animali che causano gravi patologie veterinarie, come la diarrea neonatale dei vitelli. Il mio intervento a Udine mirava proprio a confrontare l'efficacia dei test di laboratorio nel tracciare e isolare questi patogeni.
I programmi scientifici e gli atti pubblicati sull'"Alpe Adria Microbiology Journal" si concentravano sull'interazione tra sistema immunitario, patogeni batterici (come l'Escherichia coli) e specifiche famiglie virali (Coronavirus ed Herpesvirus) per le quali si stavano mettendo a punto le prime tecniche di diagnostica molecolare precoce (PCR). Ebola, benché noto alla scienza sin dal 1976, rimase fuori dai temi discussi quell'anno a Udine: la ricerca italiana, in quella sede, privilegiava patogeni a diffusione respiratoria o sistemica differenti.
Il mio incarico si articolava in due macroaree: progettare una comunicazione didattica per la prevenzione delle malattie virali e promuovere un congresso internazionale, previsto per il giugno 1995, a cui partecipava anche il CDC di Atlanta (Centers for Disease Control and prevention, Atlanta USA). Paradossalmente, proprio quel centro avrebbe acquisito risonanza mondiale molti anni dopo, in occasione della pandemia di Coronavirus del 2019.
Ricordo il terrore per Ebola in quei mesi. I media mostravano volti e arti tumefatti e sanguinanti, mentre il turismo esotico diventava sempre più popolare. La gente inseguiva le ultime emozioni di quella che sentiva come un'epoca d'oro, senza volersene ancora staccare. Occorreva avvertire che dietro la bellezza di luoghi incontaminati poteva celarsi una malattia terribile. Alla fine scelsi un'orchidea purpurea di rara bellezza, che divenne l'icona dell'intero sistema informativo. Il claim recitava: "Se i fiori tropicali ti appassionano, non fidarti delle zanzare"; e ancora: "Et voilà, la nouvelle cuisine tropicale". I colori - rosso sangue, giallo, celeste, verde - variavano a seconda del messaggio.
Oggi, a distanza di trent'anni, tutto sembra ripetersi. Su questo pianeta dovremo probabilmente convivere per sempre con i nostri coinquilini virali. Perché, diciamocelo: la nostra specie ha la memoria corta. E la libertà d'opinione, esplosa con i social network, ha reso la comunicazione scientifica ancora più difficile di quanto non fosse alla fine dello scorso millennio. Resta da chiedersi se la libera informazione abbia davvero portato benefici concreti alle persone o abbia invece causato una pericolosa deriva verso un nuovo stato di anarchia.
La realtà tangibile è che si continua a morire. I virus si trasformano e si adattano molto più velocemente di noi. Se uno di questi virus mortali (Ebola, per esempio) acquisisse la virulenza di un Coronavirus, una nuova pandemia sarebbe così devastante da farci rimpiangere persino il Covid.
Sebbene l'opinione pubblica globale abbia associato il nome Coronavirus alla pandemia del 2019, questa famiglia virale è nota alla comunità scientifica fin dagli anni Sessanta. Al tempo del congresso del 1995, ricercatori - tra cui quelli dell'Istituto di Medicina Sperimentale del CNR di Roma e dell'Università di Pavia - stavano studiando sia i ceppi responsabili dei comuni raffreddori umani (come l'OC43), sia i coronavirus animali che causano gravi patologie veterinarie, come la diarrea neonatale dei vitelli. Il mio intervento a Udine mirava proprio a confrontare l'efficacia dei test di laboratorio nel tracciare e isolare questi patogeni.
I programmi scientifici e gli atti pubblicati sull'"Alpe Adria Microbiology Journal" si concentravano sull'interazione tra sistema immunitario, patogeni batterici (come l'Escherichia coli) e specifiche famiglie virali (Coronavirus ed Herpesvirus) per le quali si stavano mettendo a punto le prime tecniche di diagnostica molecolare precoce (PCR). Ebola, benché noto alla scienza sin dal 1976, rimase fuori dai temi discussi quell'anno a Udine: la ricerca italiana, in quella sede, privilegiava patogeni a diffusione respiratoria o sistemica differenti.
Il mio incarico si articolava in due macroaree: progettare una comunicazione didattica per la prevenzione delle malattie virali e promuovere un congresso internazionale, previsto per il giugno 1995, a cui partecipava anche il CDC di Atlanta (Centers for Disease Control and prevention, Atlanta USA). Paradossalmente, proprio quel centro avrebbe acquisito risonanza mondiale molti anni dopo, in occasione della pandemia di Coronavirus del 2019.
Ricordo il terrore per Ebola in quei mesi. I media mostravano volti e arti tumefatti e sanguinanti, mentre il turismo esotico diventava sempre più popolare. La gente inseguiva le ultime emozioni di quella che sentiva come un'epoca d'oro, senza volersene ancora staccare. Occorreva avvertire che dietro la bellezza di luoghi incontaminati poteva celarsi una malattia terribile. Alla fine scelsi un'orchidea purpurea di rara bellezza, che divenne l'icona dell'intero sistema informativo. Il claim recitava: "Se i fiori tropicali ti appassionano, non fidarti delle zanzare"; e ancora: "Et voilà, la nouvelle cuisine tropicale". I colori - rosso sangue, giallo, celeste, verde - variavano a seconda del messaggio.
Oggi, a distanza di trent'anni, tutto sembra ripetersi. Su questo pianeta dovremo probabilmente convivere per sempre con i nostri coinquilini virali. Perché, diciamocelo: la nostra specie ha la memoria corta. E la libertà d'opinione, esplosa con i social network, ha reso la comunicazione scientifica ancora più difficile di quanto non fosse alla fine dello scorso millennio. Resta da chiedersi se la libera informazione abbia davvero portato benefici concreti alle persone o abbia invece causato una pericolosa deriva verso un nuovo stato di anarchia.
La realtà tangibile è che si continua a morire. I virus si trasformano e si adattano molto più velocemente di noi. Se uno di questi virus mortali (Ebola, per esempio) acquisisse la virulenza di un Coronavirus, una nuova pandemia sarebbe così devastante da farci rimpiangere persino il Covid.
Stefano Mitrione
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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